La dittatura del proletariato è un concetto espresso da Karl Marx e da altri filosofi marxisti successivi per riferirsi alla situazione sociale e politica che si sarebbe instaurata nei paesi in cui la rivoluzione proletaria fosse divenuta realtà. Questa rappresenta una fase di transizione necessaria per riorganizzare il potere politico conquistato dal proletariato in prospettiva del raggiungimento delle condizioni necessarie per il comunismo.
Con "dittatura del proletariato" o "dittatura rivoluzionaria del proletariato" Marx intese una misura politica temporanea e necessaria per la transizione al comunismo compiuto, una fase dove il potere proletario avesse avuto modo di agire liberamente nel riorganizzare i rapporti di proprietà e di produzione della società capitalista, con necessari interventi dispotici qualora la situazione lo avesse richiesto (espropriazione della proprietà fondiaria, requisizioni di siti produttivi ecc.). Una fase di "poteri straordinari" transitoria che sarebbe cessata una volta raggiunte le condizioni necessarie per la gestione comunista della società.
Insieme alla fine della dittatura del proletariato sarebbe cessata anche la funzione principale dello Stato nell'ottica marxiana, ovvero quella dell'oppressione di una classe sull'altra. Infatti il proletariato, una volta appropriatosi del controllo dello Stato, avrebbe attuato per la prima volta nella storia un'oppressione della maggioranza popolare sulla minoranza (la borghesia), continuando a sfruttare lo Stato come strumento di oppressione di classe. Una volta eliminate le condizioni che determinavano la divisione in classi della società (il modo di produzione capistalistico) la dittatura del proletariato come dittatura di classe non avrebbe più avuto ragione d'essere, esattamente come lo Stato, inteso appunto come strumento di oppressione. Questo processo avrebbe portato alla realizzazione del "superamento dello Stato" (Aufhebung des Staates) ed alla sua progressiva estinzione, condizione necessaria per il comunismo.
Secondo la scuola stalinista, la dittatura del proletariato ha avuto la sua realizzazione storica nell'Unione Sovietica ed i suoi paesi satelliti, nel periodo dal 1917 al 1989. Tuttavia, i poteri straordinari furono spesso assunti da una sola persona o da una casta burocratica, e la struttura statale non rappresentava in alcun modo gli interessi della classe lavoratrice tanto da escluderla da qualsiasi processo di partecipazione politica rilevante. A questo riguardo, vale la pena notare quella parte della scuola marxista (ad esempio, Trotsky, Bordiga) che, in antitesi ed in lotta con lo stalinismo, ha sempre combattuto l'idea che i paesi del "socialismo reale" rappresentassero una forma avanzata di società che conducesse al comunismo, e che anzi rappresentassero invece un'ennesima forma di dittatura sul proletariato.
D'altro canto, è d'opinione marxista-leninista che in paesi come l'Unione Sovietica, almeno per un certo periodo di tempo, la classe operaia abbia effettivamente detenuto il potere, il che sarebbe dimostrato da vari esempi concreti, come il lungo dibattito di quasi un anno avvenuto in URSS prima della promulgazione della sua prima Costituzione nel 1936.
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L'analisi materialista della società capitalista da parte della scuola marxista ha sempre visto nella democrazia dei paesi economicamente più avanzati lo strumento di dominio di una classe su di un'altra, della borghesia sul proletariato. In questo senso, la democrazia è la dittatura della borghesia. Ad essa, il proletariato, nella prima fase rivoluzionaria dovrebbe sostituire la dittatura del proletariato, come strumento di emancipazione dell'umanità dall'oppressione del capitale e "dall'ipocrisia della democrazia borghese" (secondo la definizione di Lenin). Nelle parole di Lenin (in "Democrazia" e Dittatura", 1918):
| « Per emancipare il lavoro dall'oppressione del capitale non c'è altra via che la sostituzione di questa dittatura con la dittatura del proletariato. » |
Questo concetto divenne un punto centrale del pensiero politico leninista tanto che divenne il fulcro programmatico su cui si articolò l'attività rivoluzionaria bolscevica. Addirittura Lenin in “Stato e rivoluzione” teorizzò la dittatura del proletariato come condizione necessaria alla stessa adesione ideologica al marxismo:
| « Marxista è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi fino al riconoscimento della dittatura del proletariato. » |
Marx introduce per la prima volta l'espressione "dittatura della classe operaia" in "Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850", in cui ricostruisce ed analizza gli avvenimenti rivoluzionari di quel biennio, "la prima grande lotta - nelle parole dello stesso Marx - per la conservazione o la distruzione dell'ordine borghese".
Nel descrivere le ragioni dell'insurrezione dei lavoratori nel giugno 1848, Marx scrive:
| « che era passato il tempo in cui la repubblica considerava opportuno rendere gli onori alle sue illusioni [del proletariato]; e solo la sua sconfitta lo convinse della verità che il più insignificante miglioramento della sua situazione è un'utopia dentro la repubblica borghese, un'utopia che diventa delitto non appena vuole attuarsi. Al posto delle sue rivendicazioni, esagerate nella forma, nel contenuto meschine e persino ancora borghesi, e che esso voleva strappare come concessioni alla repubblica di febbraio, subentrò l'ardita parola di lotta rivoluzionaria: Abbattimento della borghesia! Dittatura della classe operaia! Mentre il proletariato faceva della sua bara la culla della repubblica borghese, costringeva questa a presentarsi nella sua forma genuina, come lo Stato il cui scopo riconosciuto è di perpetuare il dominio del capitale, la schiavitù del lavoro. » |
Quindi, nella ricostruzione storica di Marx dei moti del 1848, questa fu la parola d'ordine spontanea dei lavoratori in lotta che videro come unica via d'uscita l'insurrezione armata contro la borghesia parigina, e l'instaurazione della propria dittatura di classe su quella esercitata dalla borghesia sul proletariato.
La stessa Parigi fu di nuovo terreno rivoluzionario nel 1871 con la Comune di Parigi che di nuovo suscitò il vivo interesse di Marx che vide in questa esperienza il primo vero esempio concreto di dittatura del proletariato della storia. L’analisi politica che il Marx maturo fa di questo episodio pone fine al suo lungo silenzio riguardo alle dinamiche concrete su come si sarebbe dovuta articolare la dittatura rivoluzionaria. Nel testo “La guerra civile in Francia” Marx evidenzia le caratteristiche fondamentali della Comune in relazione alla pratica concreta della dittatura del proletariato:
Il tema della dittatura del proletariato verrà poi affrontato nuovamente e in maniera ancora più incisiva pochi anni dopo nella “Critica al programma di Gotha” dove Marx critica il programma del Partito operaio tedesco proprio sulla mancanza di attenzione sui processi di trasformazione rivoluzionari e sul futuro della società comunista.